Il Sulcis

Sud Ovest Sardo

Sulcis

Il Sulcis

E’ sufficiente una sguardo sommario ad una qualsiasi cartina della Sardegna per notare quel forte gruppo montuoso dell’Iglesiente che si distacca nettamente ad ovest del Campidano di Oristano e di Cagliari e degrada sino al Mar Mediterraneo con l’estrema punta meridionale dell’isola Capo Teulada. Comprende la Valle del Rio Palmas e tutta la zona litoranea tra Capo Altano e Capo Teulada, le isole di San Pietro e di Sant’Antioco.

Origine del Sulcis

Il nome deriva dalla regione dell’antica città di Sulci l’odierna Sant’Antico).

Il territorio è geologicamente vario. I monti a oriente sono formati da rocce del Paelozoico (formazione cambriana di arenarie, calcari e scisti); nella parte meridionale si trovano dei porfidi; il mesozoico è rappresentato da un lombo di calcare presso Porto Pino; il Terziario da calcari Eococenici, che si trovano nella parte settentrionale e nei d’intorni di Narcao e da estese formazioni di trachiti e tufi trachitici lungo la costa occupando gran parte dell’Isola di San Pietro e Sant’Antico; mentre la bassa valle del Rio Palmas e la pianura litoranea sono zone alluvionali quaternarie. Nei terreni eocenici, che poggiano trasgressivi sul Paleozoico, è compreso un importante giacimento di carbone, la cui entità complessiva si valuta in 500 milioni di tonnellate. Le coste sono assai articolate da insenature quali: Porto Botte, Porto Pino, l’ampio Golfo di Palmas, e prominenze per estesi tratti dove si trovano coste basse e meravigliosi stagni.

COSTA DI NEBIDA E MASUA

La costa che va da Funtanamare al litorale di Masua è rappresentativa della storia geologica più antica della Sardegna. Caratterizzata da alte falesie di calcari bianchi e dolomie (cambriane) in contrasto con le scogliere di scisti rossi (ordoviciani). Sono presenti fossili tra cui il Dolerolenus, uno dei più antichi trilobiti conosciuti,
e le Archeociatine.

I giochi cromatici tra il calcare bianco e le scogliere di scisti rossi delle diverse formazioni rocciose insieme con l’andamento frastagliato della costa regalano al litorale di Nebida un paesaggio affascinante e suggestivo. Di notevole impatto scenico l’azione erosiva del mare e del vento che per millenni ha scolpito e levigato il paesaggio. Sabbia grossolana e acqua cristallina sono le caratteristiche principali della spiaggia di Funtanamare a sud di Nebida. Un complesso di dune eoliche invece fa da sfondo alla spiaggia di Cala Domestica, silenziosa e solitaria caletta che vede la presenza dei ruderi delle abitazioni dei minatori. Il panorama costiero è arricchito dalla vista di tre imponenti scogli, il più importante dei quali è il Pan di Zucchero che si staglia di fronte al litorale con un’altezza di 132 metri.Durante le sedimentazione della piattaforma carbonifera cambriana del Sulcis-iglesiente, si sono formati, dalla base alla superfie, depositi evaporitici di barite stratiforme (Sulcis), depositi massivi di pirite e blenda (Campo Pisano) e dopisiti di Galena argentifera e Blenda che hanno dato luogo a giacimenti di notevole rilevanza (Monteponi, S.Giovanni, Masua). Sono infine eoceniche le deposizioni in ambiente lagunare che nel Sulcis (dal Golfo Leone al Golfo di Palmas) si associano a banchi di carbone intercalati a strati di calcare e marne.

Storie delle Miniere

Parallelamente agli eventi descritti, spesso compenetrandosi con essi si svolge la Storia delle Miniere del Sulcis che ha inizio con lo sfruttamento degli estesi ammassi di “ossidiana” vero oro nero del’antichità, che sono stati cavati fin da V millenio a.C. al fine di ottenere lame, punte di freccia e vari strumenti da taglio. A metà del III millenio A.C. i Neolotici scopriro l’uso del “rame”, utilizzato principalmente per oggetti ornamentali e culturali la cui lavorazione diete inizio alla minerallurgia e metallurgia in Sardegna. E’ intorno al II millenio A.C. che inizia ad affacciarsi lo sfruttamento dei minerali di “piombo” e “argento” scavati lungo i filoni superficiali dell’Iglesiente del Sarrabus e della Nurra, nei cui territori sono state individuate le prime officine fusorie. L’avvento della civiltà Nurgica vede affermato il commercio dei minerali metalliferi e dei suoi prodotti con popoli mediterranei specialmente di provenienza egea e intorno al 1000 A.C. i nuragici sono già in possesso di solide basi minerarie che consentono loro un intenso ed regolare sfruttamento dei filoni metalliferi.

In ambito mediterraneo  comincia a diffondersi la notizia sulle ricchezze minerarie della Sardegna che attirerà l’interesse di commercianti e avventurieri, i quali prenderanno a ricercare e fruttare i depositi metalliferi. Con l’espandersi dell’influenza punica in tutto il mediterraneo, la Sardegna entrerà sotto controllo di Cartagine, prima come approdo commerciale e poi come vera e propria colonia. I Punici prendono così a sfruttare le miniere sarde e tracce delle escavazioni dell’epoca persistono fino alla metà dell’Ottocento, prima di essere eliminate dagli scavi della moderna industria.

Nel 238 a.C. con la vittoria di Roma su Cartagine, la Sardegna passa sotto il dominio romano. L’evoluta tecnica minero-metallurgica dei romani verrà applicata alle miniere sarde, che saranno scavate a profondità notevoli da maestranze servili. Roma fonderà città minerarie come Plumbea e Metalla e darà corso alla realizzazione di officine fusorie in diverse regioni dell’Isola, ma soprattutto nelle aree del Sulcis. Con la caduta dell’Impero romano l’attività mineraria in Sardegna decade e se ne perdono le tracce. E’ nel XII secolo che riaffiorano le testimonianze della ripresa dei lavori minerari in diverse aree dell’Isola.

Il rifiorire dell’attività estrattiva si deve sopratutto al pisano Conte Ugolino dalla Gherardesca, che fa di Villa di chiesa, l’attuale Iglesias, una fiorente città mineraria, che ebbe anche il potere di battere moneta. Durante la signoria di Ugolino, l’attività estrattiva si sviluppa rapidamente, anche grazie alla ricchezza dei giacimenti. Lo sviluppo di tale attività impone l’adozione di precise norme legislative, che, redate in lingua pisana originale, sono riunite in un codice noto come “Breve di Villa di Chiesa“. Dopo i tragici avvenimenti che abbattono la signoria di Ugolino, Iglesias e le sue miniere passano, nel 1302, sotto il dominio del Comune di Pisa fino al 1323, data in cui la Sardegna viene conquistata dagli Aragonesi che ricevano l’isola da Papa Bonifacio VIII. Sedate le ribellioni e vinte le ultime resistenze del Giudicato d’Arborea, gli Aragonesi danno corso ad una politica di occupazione concedendo in feudo ville e territori. In quel clima di sopraffazione si isteriliscono i commerci e le attività produttive,specialmente quelle minerarie e le produzioni rimangono limitate a minime quantità di galena destinate ai ceramisti. La politica mineraria spagnola registra un fallimento totale, tanto che solo nel XVII secolo si avverte qualche segnale di ripresa.

Intanto in europa stanno mutando gli equilibri politici. La Sardegna, in virtù del trattato di Utrecht del 1714, passa sotto il dominio dell’Austria. Dopo sei anni, in seguito al trattato di Londra, nel 1720 la Sardegna viene assegnata al Re Vittorio Amedeo IV di Savoia. Con il passaggio della Sardegna ai Savoia le miniere sono affidate a vari concessionari che si limitano allo sfruttamento dei filoni più ricchi senza, per altro, conseguire risultati apprezzabili, ne ha migliorare fortuna la gestione governativa delle miniere sarde.

Nella seconda metà dell’ Ottocento, con la costituzione di società francesi,belghe e inglesi, attirate dalla ricchezza delle vene piombifere, si fa sempre più massiccia la presenza di capitali straniera nell’industria mineraria sarda. Le crescenti produzioni di “galena argentifera” e a cominciare dal 1865, anche di calamina, danno grande impulso alla realizzazione di impianti minerari. E’ questo un periodo di notevole fervore produttivo che porterà allo sviluppo delle grandi miniere di Monteponi e Montevecchio e di numerose altre importanti miniere ubicate in tuttala zona: San Giovanni, Nebida, Masua, Ingurtosu, con la realizzazione di grandi opere minerarie: “scavo di pozzi, gallerie, coltivazioni, impianti di trattamento, fonderie e costruzioni di vari servizi. In molte miniere inoltre vengono scavate gallerie per favorire lo scolo delle acque, al fine di poter accedere alle porzioni più profonde dei giacimenti. La Sardegna di fine secolo fornisce all’Italia la maggior parte delle produzioni metallifere, specialmente la quasi totalità di piombo (98,7 %)e di zinco (85%). Il secolo si chiude con la partecipazione di alcune società minerarie sarde all’esposizione Universale di Parigi, ed il nuovo secolo trova l’industria mineraria sarda poggiante su soldi basi, grazie anche agli estesi interventi di meccanizzazione intrapresi ovunque.

L’industria mineraria della prima metà del 1900 attraverserà alcuni momenti di grande difficoltà, che tuttavia saranno sempre superati, fino allo scoppio della “prima guerra mondiale” che determinerà la chiusura dei mercati europei verso i quali i minerali di zinco, erano diretti, determinando una drastica riduzione dei lavori minerari. Alla fine della guerra, le ristabilite condizioni di normalità consentirono all’industria mineraria sarda un ulteriore sviluppo, sia nel settore delle ricerche sia nella realizzazione di nuovi impianti; tuttavia,la grande crisi del 1929 e degli anni seguenti falcidierà molte piccole miniere e la produzione dei minerali si ridurrà notevolmente.

L’estrazione del carbone del Sulcis cominciò nel 1853, quando venne rilasciata la prima concessione per lo sfruttamento della miniera di “Bacu Abis“. Fu però negli anni ’30 e ‘40 del secolo (Età Fascista) scorso che l’attività estrattiva conobbe una rapida espansione. Il periodo compreso tra il 1934 e il 1947 può essere considerato l’età d’oro dell’industria mineraria del Sulcis, attorno alla quale nacquero paesi e città e si sviluppò una notevole rete di comunicazioni stradali e ferroviarie (Carbonia).La rapida espansione dell’estrazione del carbone in questi anni è riconducibile alle scelte politiche del governo nazionale. Negli anni ’30, il regime fascista avviò politiche autarchiche volte a rendere l’Italia quanto più possibile autosufficiente dal punto di vista economico.Lo stato di guerra in cui l’Italia si trovò quasi ininterrottamente dal 1935 fino al 1945 – prima con l’aggressione all’Etiopia, poi con l’intervento nella guerra civile spagnola e infine lo scoppio della seconda guerra mondiale – rendeva insicure o impossibili le importazioni dall’estero.In campo energetico, l’autarchia implicava un drastico aumento della produzione nazionale. Le miniere del Sulcis, insieme a quelle dell’Istria,  divennero i principali poli carboniferi del Paese. I dati relativi al carbone estratto nel Sulcis danno un’idea dell’espansione dell’attività mineraria in quegli anni: si passò da 53.427 tonnellate nel 1934 a un picco di 1.295.779 tonnellate nel 1940.A gestire gran parte dell’attività estrattiva in Sardegna era la Società Mineraria Carbonifera Sarda, meglio nota come Carbosarda, costituita nel 1933.Oltre all’estrazione del carbone, l’azienda aveva in origine un’importante funzione propagandistica: il regime tentava di dimostrare che l’Italia non era povera di materie prime e che, con la dovuta tenacia, poteva diventare indipendente dalle importazioni. Dietro questo mito nacque una delle più importanti realtà minerarie italiane.

Nell’immediato dopoguerra, tra il 1945 e il 1947, il bacino carbonifero del Sulcis conobbe un secondo periodo di sviluppo a causa della disperata necessità di fonti energetiche e delle difficoltà nel ripristino delle importazioni nell’ immediato periodo post-bellico,anche all’innovazione dei metodi di coltivazione e alla modernizzazione di tutti gli impianti.La produzione raggiunse e superò nuovamente il milione di tonnellate annue, ma si trattava di un fuoco di paglia. Con la ripresa del commercio internazionale e delle importazioni, la sorte del carbone del Sulcis era segnata, nonostante i notevoli sforzi per razionalizzare la produzione e ridurre i costi.Alla competizione del carbone estero si aggiunse la diffusione di fonti energetiche alternative, petrolio e gas , e la conseguente diminuzione dei consumi del carbone.