Sardegna

Carbonia

17Mag

Carbònia in sardo ” Crabònia

è un comune italiano di 28847 abitanti, capoluogo con Iglesias della provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna.

Principale centro abitato del Sulcis, Carbonia è la nona città in Sardegna per numero di abitanti, nonché la più popolosa della provincia e in generale dell’intero sud-ovest sardo. Il centro nacque negli anni trenta del Novecento a circa 65 km a ovest di Cagliari per ospitare le maestranze impiegate nelle miniere di carbone che furono avviate in quegli stessi anni nel territorio dal regime fascista, per sopperire alle necessità energetiche dell’Italia negli anni dell’autarchia. In particolare Carbonia, il cui nome indica letteralmente il luogo o la terra del carbone a testimonianza della sua vocazione mineraria, fu costruita a ridosso della miniera di Serbariu, sostituendo l’omonimo comune ottocentesco, il cui borgo è ora completamente inglobato come sud-orientale della città.

Terminata l’epopea mineraria, Carbonia è diventata centro di servizi per il territorio, basando la sua economia principalmente sul settore terziario e sull’industria, grazie alla vicina area industriale di Portovesme, nel comune di Portoscuso.

Storia Carbonia

Sardegna

10Mag

Una Terra antica tra mare e cultura

Per risalire alla nascita della zona dove si trova il B&B Fantar House, facciamo una breve cronostoria partendo dalla nostra splendida Isola ” la Sardegna “.

Una recente indagine demoscopica ha rilevato che la regione più bramata dagli Italiani per le loro vacanze è la Sardegna. E’ facile individuare le cause di questa scelta, considerando la bellezza delle coste Sarde e delle montagne, ospitalità della gente, le specialità gastronomiche, il fascino del folclore e dell artigianato di un entroterra che, per la grande massa di turisti, è ancora tutto da scoprire. Meno facile e’ riuscire a descrivere una realtà così vasta e complessa in un unico sito che offre alloggio.

Ambiente Naturale

La Sardegna ha una superficie di 23.813 kmq ed è per estensione la seconda isola del Mediterraneo. L’ambiente naturale sardo è dunque il più vasto ed affascinate di tutta l’Italia: la bassa densità della popolazione ha determinato nei secoli, il mantenimento di vaste superfici disabitate dove è facile incontrare gli animali. La catena del Gennargentu ospita le cime montuose più alte dell’Isola con i suoi 1800 metri dove la neve permane per tutti i mesi più freddi da novembre ad aprile. Il Gennargentu è la Catena Montuosa principale dell’Isola che comprende anche due pianure, il Campidano a sud e la Nurra a nord.La linea costiera è relativamente regolare, per cui l’isola risulta avere la forma di un sandalo (in antichità fu chiamata Sandalia). Durante antichi periodi geologici era unita alla toscana tramite un ponte con la corsica e con l’isola Delba, e ci permise l’arrivo di piante ed animali che in certi casi hanno dato luogo, a causa del successivo isolamento, alla formazione di sottospecie a sè, oggi appunto presenti in Sardegna.

C’è solo da sperare che questa isola unica e avvincente riesca a trovare, insieme ad i suoi abitanti e ai suoi estimatori la vera strada che porta al progresso e che deve per forza considerare come irrinunciabile la protezione di questa meravigliosa natura, che è tanto amata e decantata quanto messa continuamente in pericolo.

Geologia

Tutte le più antiche ere geologiche hanno lasciato il segno del loro passaggio in Sardegna, infatti mentre l’attuale “stivale” italiano non era ancora formato, già emergevano dal mare (600 milioni di anni fà) le montagne dell’Iglesiente e del Sulcis, costituite di “calcare metallifero“. La roccia granitica, che caratterizza il paesaggio della Gallura e della Barbagia, è solo lievemente più giovane: si formò circa 350 milioni di anni fa durante l’era Paleozoica o Primaria e costituisce “l’armatura” geologica di quasi tutta l’isola. La zona di Capo Caccia presso Alghero, la Barbagia e l’Ogliastra, durante l’era Mesozoica o Secondaria (200 milioni di anni fa) furono invase dal mare, il quale lasciò quei depositi calcarei che, emersi in seguito all’abbassamento delle acque, vanno a costituire le montagne del Supramonte, la costa del Golfo di Orosei e i massicci tonneri e tacchi dell’Ogliastra. Anche il vulcanesimo dell’era Cenozoica o Terziaria (70-30 milioni di anni fa) ha lasciato i segni del suo passato nel M. Ferru e nel M. Arci, grandi vulcani spenti dell’Oristanese, presenti anche nel Logudoro (ss). La lava formò anche degli altopiani(Abbasanta e Macomer)e le isole di Sant’Antioco e San Pietro nel Sulcis.

Nell’era Neozoica o Quaternaria, iniziata circa un milione di anni fa, avvenne il riempimento del canale marino che separa la Sardegna dalle montagne del Sulcis-Iglesiente: al suo posto si formò la vasta piana del Campidano. Non lontano si formarono anche gli altopiani basaltici di Gesturi.

Un discorso a parte meritano le innumerevoli grotte della Sardegna, che sono state scavate in milioni di anni dalle acque dolci, durante periodi molto più piovosi dell’attuale. Nelle montagne e nelle coste calcare di Alghero (Grotta di Nettuno), Dorgali (grotta di Bue Marino a Cala Gonone) e Sadali (Grotta delle Fate “is janas”) e anche nel Sulcis-Iglesiente (em>Grotte di Su Mannau Fluminimaggiore, Grotte di Is Zuddas Santadi, Grotte di Santa Barbara Iglesias, Grotta dei fiori Carbonia e Grotta di San Giovanni Domusnovas) vi sono grotte visitabili ed illuminate dove si notano i meravigliosi fenomeni di erosione e di deposito, dovuti alla circolazione dell’acqua. Insinuata nelle spaccature  delle rocce crea la “stalattite” (coni di roccia calcarea depositatesi pendenti dal soffitto) e le “stalagmiti” (formatesi in identico modo, ma sul pavimento) insieme alle quali la natura “crea” le incredibili cascate di concrezioni, le vaschette dovute sempre ai depositi del calcare, e tutta una serie di concrezioni “irregolari” che conferisco fascino a questo mondo silenzioso e senza luce.

Le Montagne

Oltre al già citato massiccio del Gennargentu, nella Barbagia si individuano le vaste montagne calcaree del Supramonte, tra i paesi di Oliena, Dorgali, Urzulei, Baunei e Orgoloso. Nella Boronia, sul lato nord della provincia di Nuoro, si evidenzia l’allunga mole calcare del M.Albo, simile ad un bastione e nella zona Macomer, Bolotana e Bono la catena del Marghine-Goceano. Nella Gallura una serie di Altre cime, quelle del M.Limbara (1300 m) rappresentano il gruppo granitico più alto dell’isola;  più a sud l’altipiano di Buddusò, sui mille metri di altitudine, è sempre costituito da granito. Nel logudoro e nella zona di villanova monteleone vi sono estesse montagne di origine vulcanica, che giungono fino al mare. In provincia di Cagliari, nel lato sud-orientale dell’isola verso il mare, troviamo l’inconfondibile catena del M. Sette Fratelli (perchè presenta 7 cime) mentre verso nord si estende il salto di Guirra, sconfinata e solitaria distesa di montagne, valli e altipiani, attraversata dal Flumendosa.

Oltre al già citato interesse geologico, le montagne del Sulcis-iglesiante hanno un grande interesse naturalistico, in quanto ospitano le più vaste foreste dell’isola.

Le coste

Le coste della Sardegna veramente da considerarsi fra le più belle del mondo, sia perché sono raggiungibili comodamente e in breve tempo da tutta l’Europa, sia perché offrono, accanto a servizi anche la possibilità di godersi il sole, il mare e le spiagge che sono candide, vaste, solitarie e deserte anche a Ferragosto. La costa orientale è la più adatta a bagni di mare (estate sempre calmo), perché offre un numero infinito di spiagge (solo in Gallura 100km) spesso lunghe 5 km, come da Orosei a Muravera. Nella costa occidentale vi sono estese ed alte scogliere, generalmente ricche di fauna ittica, ma anche moltissime spiagge immesse e solitarie: il vento di maestrale accumula, nell’inverno, meravigliose dune alle spalle degli arenili. Le meraviglie della natura sono numerose nelle coste sarde; vi sono innumerevoli angoli da scoprire, dove si può possedere ancora un tratto di mare tutto per se. E se raggiungere un isola come la Sardegna può essere per il turista un viaggio di grande fascino, spostarsi da questa isola ad un altra più piccola è proprio irresistibile: incantevoli si rivelano dunque le escursioni alle bellissime isole sarde, dall’arcipelago della Maddalena a quello Sulcitano, dalle Isole di Molara e Tavolara, all’isoloto di Pan di Zucchero e alle isole della Vacca, Toro e Vitello, da raggiungere in barca che costituiscono più che mai il regno del silenzio della natura del mare sardo.

La Flora Sarda

Com’è lecito aspettarsi, anche la flora e la fauna sarda hanno una grande varietà e interesse. La Flora comprende ad esempio un’innumerevole varietà di piante officinali, come il Timo in montagna e il Rosmarino lungo le coste. Il fiore più bello è la Rosa Peonia del Supramonte, cui si affaccia il Pancrazio Illirico, stretto parente del Giglio di Mare diffuso nelle spiaggie. Grande distese di macchia-foresta spesso impenetrabile, regno dei cinghiali e delle volpi, sono formate dai Lentischi e dai Corbezzoli. Le foreste più caratteristiche dell’isola sono quelle di Lecci, diffuse in Barbagia, nel Sulcis e nel Sarrabus, mentre quelle di sughero, in parte introdotte dall’uomo, coprono vaste aree della Gallura: splendidi sono infine i Castagnetti che prosperano lungo le falde occidentali del Gennargentu, sempre in Barbagia.

Da visitare sono anche le meravigliose pinete litoranee del Sulci-Iglesiente a cui si mescolano spesso gli stupendi ginepri, pianta simbolo della Sardegna dal lentissimo accrescimento e dal profumo caratteristico, che però prospera soprattutto sul Supramonte e lungo il Golfo di Orosei.

Fauna

La Fauna sarda annovera fra le sue specie un gran numero di entità spesso esclusive dell’isola oppure altrove estintesi a causa dell’eccessiva presenza umana.

Il muflone è l’animale più “famoso”dell’isola, diffuso nella Barbagia il maestoso Cervo sardo è ancora presente nelle foreste di Cagliari. La rara Foca Monaca che abita le grotte marine del Golfo di Orosei e dell’isola di Tavolara; gli altri mammiferi sono i gatti selvatici e le volpi. La “selvaggina nobile stanziale”, è ancora numerosa ovunque (lepri e pernici) e ad essa si accompagna l’avifauna di passo che durante l’inverno raggiunge dal nord la Sardegna o vi transita diretta verso l’Africa e viceversa. Fra gli uccelli, più importatnti i rapaci tra cui la maestosa Acquila Reale e il grande Grifone abitano vari punti del Supramonte e delle montagne più alte e inacessibili. Ancora di grandissimo interesse è l’avifauna degli stagni costieri, nei quali sostano centinaia di migliaia di uccelli migratori e stanziali: ricoredimao il fenicottero, gli aironi e le varie specie di anatre e di trampolieri.

Clima

Il clima sardo è tipicamente mediterraneo, caratterizzato da inverni miti ed estati calde: mentre in autunno il bel tempo dura fino a metà novembre, in primavera comincia a fare caldo fin da aprile. Durante l’inverno, a fine dicembre e a gennaio, le condizioni metereologiche determinano un periodo asciutto detto “secche di gennaio”. Il clima della Sardegna è dunque un clima “turistico”: per almeno 300 giorni all’anno non piove e di questi almeno 200 sono caratterizzati da cielo sereno, con 2500 ore di insolazione in media. Le località più calde in inverno si trovano lungo le coste, con il primato di Cala Gonone (18°) mentre all’interno dell’isola la temperatura varia con l’altitudine.

Sulcis

Sulcis

10Mag

E’ sufficiente una sguardo sommario ad una qualsiasi cartina della Sardegna per notare quel forte gruppo montuoso dell’Iglesiente che si distacca nettamente ad ovest del Campidano di Oristano e di Cagliari e degrada sino al Mar Mediterraneo con l’estrema punta meridionale dell’isola Capo Teulada. Comprende la Valle del Rio Palmas e tutta la zona litoranea tra Capo Altano e Capo Teulada, le isole di San Pietro e di Sant’Antioco.

Origine del Sulcis

Il nome deriva dalla regione dell’antica città di Sulci l’odierna Sant’Antico).

Il territorio è geologicamente vario. I monti a oriente sono formati da rocce del Paelozoico (formazione cambriana di arenarie, calcari e scisti); nella parte meridionale si trovano dei porfidi; il mesozoico è rappresentato da un lombo di calcare presso Porto Pino; il Terziario da calcari Eococenici, che si trovano nella parte settentrionale e nei d’intorni di Narcao e da estese formazioni di trachiti e tufi trachitici lungo la costa occupando gran parte dell’Isola di San Pietro e Sant’Antico; mentre la bassa valle del Rio Palmas e la pianura litoranea sono zone alluvionali quaternarie. Nei terreni eocenici, che poggiano trasgressivi sul Paleozoico, è compreso un importante giacimento di carbone, la cui entità complessiva si valuta in 500 milioni di tonnellate. Le coste sono assai articolate da insenature quali: Porto Botte, Porto Pino, l’ampio Golfo di Palmas, e prominenze per estesi tratti dove si trovano coste basse e meravigliosi stagni.

COSTA DI NEBIDA E MASUA

La costa che va da Funtanamare al litorale di Masua è rappresentativa della storia geologica più antica della Sardegna. Caratterizzata da alte falesie di calcari bianchi e dolomie (cambriane) in contrasto con le scogliere di scisti rossi (ordoviciani). Sono presenti fossili tra cui il Dolerolenus, uno dei più antichi trilobiti conosciuti,
e le Archeociatine.

I giochi cromatici tra il calcare bianco e le scogliere di scisti rossi delle diverse formazioni rocciose insieme con l’andamento frastagliato della costa regalano al litorale di Nebida un paesaggio affascinante e suggestivo. Di notevole impatto scenico l’azione erosiva del mare e del vento che per millenni ha scolpito e levigato il paesaggio. Sabbia grossolana e acqua cristallina sono le caratteristiche principali della spiaggia di Funtanamare a sud di Nebida. Un complesso di dune eoliche invece fa da sfondo alla spiaggia di Cala Domestica, silenziosa e solitaria caletta che vede la presenza dei ruderi delle abitazioni dei minatori. Il panorama costiero è arricchito dalla vista di tre imponenti scogli, il più importante dei quali è il Pan di Zucchero che si staglia di fronte al litorale con un’altezza di 132 metri.Durante le sedimentazione della piattaforma carbonifera cambriana del Sulcis-iglesiente, si sono formati, dalla base alla superfie, depositi evaporitici di barite stratiforme (Sulcis), depositi massivi di pirite e blenda (Campo Pisano) e dopisiti di Galena argentifera e Blenda che hanno dato luogo a giacimenti di notevole rilevanza (Monteponi, S.Giovanni, Masua). Sono infine eoceniche le deposizioni in ambiente lagunare che nel Sulcis (dal Golfo Leone al Golfo di Palmas) si associano a banchi di carbone intercalati a strati di calcare e marne.

Storie delle Miniere

Parallelamente agli eventi descritti, spesso compenetrandosi con essi si svolge la Storia delle Miniere del Sulcis che ha inizio con lo sfruttamento degli estesi ammassi di “ossidiana” vero oro nero del’antichità, che sono stati cavati fin da V millenio a.C. al fine di ottenere lame, punte di freccia e vari strumenti da taglio. A metà del III millenio A.C. i Neolotici scopriro l’uso del “rame”, utilizzato principalmente per oggetti ornamentali e culturali la cui lavorazione diete inizio alla minerallurgia e metallurgia in Sardegna. E’ intorno al II millenio A.C. che inizia ad affacciarsi lo sfruttamento dei minerali di “piombo” e “argento” scavati lungo i filoni superficiali dell’Iglesiente del Sarrabus e della Nurra, nei cui territori sono state individuate le prime officine fusorie. L’avvento della civiltà Nurgica vede affermato il commercio dei minerali metalliferi e dei suoi prodotti con popoli mediterranei specialmente di provenienza egea e intorno al 1000 A.C. i nuragici sono già in possesso di solide basi minerarie che consentono loro un intenso ed regolare sfruttamento dei filoni metalliferi.

In ambito mediterraneo  comincia a diffondersi la notizia sulle ricchezze minerarie della Sardegna che attirerà l’interesse di commercianti e avventurieri, i quali prenderanno a ricercare e fruttare i depositi metalliferi. Con l’espandersi dell’influenza punica in tutto il mediterraneo, la Sardegna entrerà sotto controllo di Cartagine, prima come approdo commerciale e poi come vera e propria colonia. I Punici prendono così a sfruttare le miniere sarde e tracce delle escavazioni dell’epoca persistono fino alla metà dell’Ottocento, prima di essere eliminate dagli scavi della moderna industria.

Nel 238 a.C. con la vittoria di Roma su Cartagine, la Sardegna passa sotto il dominio romano. L’evoluta tecnica minero-metallurgica dei romani verrà applicata alle miniere sarde, che saranno scavate a profondità notevoli da maestranze servili. Roma fonderà città minerarie come Plumbea e Metalla e darà corso alla realizzazione di officine fusorie in diverse regioni dell’Isola, ma soprattutto nelle aree del Sulcis. Con la caduta dell’Impero romano l’attività mineraria in Sardegna decade e se ne perdono le tracce. E’ nel XII secolo che riaffiorano le testimonianze della ripresa dei lavori minerari in diverse aree dell’Isola.

Il rifiorire dell’attività estrattiva si deve sopratutto al pisano Conte Ugolino dalla Gherardesca, che fa di Villa di chiesa, l’attuale Iglesias, una fiorente città mineraria, che ebbe anche il potere di battere moneta. Durante la signoria di Ugolino, l’attività estrattiva si sviluppa rapidamente, anche grazie alla ricchezza dei giacimenti. Lo sviluppo di tale attività impone l’adozione di precise norme legislative, che, redate in lingua pisana originale, sono riunite in un codice noto come “Breve di Villa di Chiesa“. Dopo i tragici avvenimenti che abbattono la signoria di Ugolino, Iglesias e le sue miniere passano, nel 1302, sotto il dominio del Comune di Pisa fino al 1323, data in cui la Sardegna viene conquistata dagli Aragonesi che ricevano l’isola da Papa Bonifacio VIII. Sedate le ribellioni e vinte le ultime resistenze del Giudicato d’Arborea, gli Aragonesi danno corso ad una politica di occupazione concedendo in feudo ville e territori. In quel clima di sopraffazione si isteriliscono i commerci e le attività produttive,specialmente quelle minerarie e le produzioni rimangono limitate a minime quantità di galena destinate ai ceramisti. La politica mineraria spagnola registra un fallimento totale, tanto che solo nel XVII secolo si avverte qualche segnale di ripresa.

Intanto in europa stanno mutando gli equilibri politici. La Sardegna, in virtù del trattato di Utrecht del 1714, passa sotto il dominio dell’Austria. Dopo sei anni, in seguito al trattato di Londra, nel 1720 la Sardegna viene assegnata al Re Vittorio Amedeo IV di Savoia. Con il passaggio della Sardegna ai Savoia le miniere sono affidate a vari concessionari che si limitano allo sfruttamento dei filoni più ricchi senza, per altro, conseguire risultati apprezzabili, ne ha migliorare fortuna la gestione governativa delle miniere sarde.

Nella seconda metà dell’ Ottocento, con la costituzione di società francesi,belghe e inglesi, attirate dalla ricchezza delle vene piombifere, si fa sempre più massiccia la presenza di capitali straniera nell’industria mineraria sarda. Le crescenti produzioni di “galena argentifera” e a cominciare dal 1865, anche di calamina, danno grande impulso alla realizzazione di impianti minerari. E’ questo un periodo di notevole fervore produttivo che porterà allo sviluppo delle grandi miniere di Monteponi e Montevecchio e di numerose altre importanti miniere ubicate in tuttala zona: San Giovanni, Nebida, Masua, Ingurtosu, con la realizzazione di grandi opere minerarie: “scavo di pozzi, gallerie, coltivazioni, impianti di trattamento, fonderie e costruzioni di vari servizi. In molte miniere inoltre vengono scavate gallerie per favorire lo scolo delle acque, al fine di poter accedere alle porzioni più profonde dei giacimenti. La Sardegna di fine secolo fornisce all’Italia la maggior parte delle produzioni metallifere, specialmente la quasi totalità di piombo (98,7 %)e di zinco (85%). Il secolo si chiude con la partecipazione di alcune società minerarie sarde all’esposizione Universale di Parigi, ed il nuovo secolo trova l’industria mineraria sarda poggiante su soldi basi, grazie anche agli estesi interventi di meccanizzazione intrapresi ovunque.

L’industria mineraria della prima metà del 1900 attraverserà alcuni momenti di grande difficoltà, che tuttavia saranno sempre superati, fino allo scoppio della “prima guerra mondiale” che determinerà la chiusura dei mercati europei verso i quali i minerali di zinco, erano diretti, determinando una drastica riduzione dei lavori minerari. Alla fine della guerra, le ristabilite condizioni di normalità consentirono all’industria mineraria sarda un ulteriore sviluppo, sia nel settore delle ricerche sia nella realizzazione di nuovi impianti; tuttavia,la grande crisi del 1929 e degli anni seguenti falcidierà molte piccole miniere e la produzione dei minerali si ridurrà notevolmente.

L’estrazione del carbone del Sulcis cominciò nel 1853, quando venne rilasciata la prima concessione per lo sfruttamento della miniera di “Bacu Abis“. Fu però negli anni ’30 e ‘40 del secolo (Età Fascista) scorso che l’attività estrattiva conobbe una rapida espansione. Il periodo compreso tra il 1934 e il 1947 può essere considerato l’età d’oro dell’industria mineraria del Sulcis, attorno alla quale nacquero paesi e città e si sviluppò una notevole rete di comunicazioni stradali e ferroviarie (Carbonia).La rapida espansione dell’estrazione del carbone in questi anni è riconducibile alle scelte politiche del governo nazionale. Negli anni ’30, il regime fascista avviò politiche autarchiche volte a rendere l’Italia quanto più possibile autosufficiente dal punto di vista economico.Lo stato di guerra in cui l’Italia si trovò quasi ininterrottamente dal 1935 fino al 1945 – prima con l’aggressione all’Etiopia, poi con l’intervento nella guerra civile spagnola e infine lo scoppio della seconda guerra mondiale – rendeva insicure o impossibili le importazioni dall’estero.In campo energetico, l’autarchia implicava un drastico aumento della produzione nazionale. Le miniere del Sulcis, insieme a quelle dell’Istria,  divennero i principali poli carboniferi del Paese. I dati relativi al carbone estratto nel Sulcis danno un’idea dell’espansione dell’attività mineraria in quegli anni: si passò da 53.427 tonnellate nel 1934 a un picco di 1.295.779 tonnellate nel 1940.A gestire gran parte dell’attività estrattiva in Sardegna era la Società Mineraria Carbonifera Sarda, meglio nota come Carbosarda, costituita nel 1933.Oltre all’estrazione del carbone, l’azienda aveva in origine un’importante funzione propagandistica: il regime tentava di dimostrare che l’Italia non era povera di materie prime e che, con la dovuta tenacia, poteva diventare indipendente dalle importazioni. Dietro questo mito nacque una delle più importanti realtà minerarie italiane.

Nell’immediato dopoguerra, tra il 1945 e il 1947, il bacino carbonifero del Sulcis conobbe un secondo periodo di sviluppo a causa della disperata necessità di fonti energetiche e delle difficoltà nel ripristino delle importazioni nell’ immediato periodo post-bellico,anche all’innovazione dei metodi di coltivazione e alla modernizzazione di tutti gli impianti.La produzione raggiunse e superò nuovamente il milione di tonnellate annue, ma si trattava di un fuoco di paglia. Con la ripresa del commercio internazionale e delle importazioni, la sorte del carbone del Sulcis era segnata, nonostante i notevoli sforzi per razionalizzare la produzione e ridurre i costi.Alla competizione del carbone estero si aggiunse la diffusione di fonti energetiche alternative, petrolio e gas , e la conseguente diminuzione dei consumi del carbone.

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